Swissness: le Conseil fédéral poignarde les PME suisses dans le dos
Meno burocrazia, più fiducia!
In Svizzera tutti dicono di amare le PMI. Le chiamiamo la spina dorsale dell’economia, ne lodiamo la capacità di creare posti di lavoro, formare apprendisti, innovare e restare vicine al territorio. È tutto vero. Ma troppo spesso, quando arriva il momento di legiferare, la politica sembra dimenticare come funziona davvero una piccola impresa.
Ogni nuova prescrizione può apparire ragionevole se osservata da un ufficio federale. Un formulario in più, una procedura supplementare, un controllo aggiuntivo, una nuova comunicazione obbligatoria: presi singolarmente sembrano dettagli. Ma sul terreno diventano tempo, costi, incertezza. Per una grande azienda, la burocrazia è spesso un reparto in più. Per una piccola impresa è il titolare che, dopo una giornata passata con clienti, collaboratori e fornitori, deve ancora occuparsi di pratiche amministrative.
La burocrazia non è solo carta. È una tassa invisibile sulla capacità di fare. Non sempre appare in modo chiaro nei bilanci, ma pesa ogni giorno: ore sottratte ai clienti, agli apprendisti, agli investimenti, all’innovazione. È energia imprenditoriale consumata non per creare valore, ma per dimostrare continuamente di essere in regola. Naturalmente le regole servono. Nessuno chiede un’economia senza responsabilità. Ma una cosa è avere norme chiare, proporzionate e applicabili; un’altra è costruire un sistema nel quale l’impresa si sente sempre più in amministrazione controllata.
La forza della Svizzera non è mai stata quella di pianificare tutto dall’alto. Il nostro Paese è cresciuto grazie alla responsabilità individuale, al pragmatismo, al federalismo, alla formazione professionale, alla stabilità delle istituzioni e alla fiducia verso chi lavora e investe. Questo equilibrio ha permesso a migliaia di imprenditori, artigiani, commercianti, aziende familiari e professionisti di assumersi rischi, creare occupazione e tramandare competenze. Se oggi questo modello resta forte, è perché continua a vivere nelle officine, nei cantieri, negli studi professionali, nei negozi, negli alberghi, nelle aziende industriali e nei laboratori artigianali.
Proprio per questo dobbiamochiederci se la politica stia ancora ragionando a misura di PMI. Troppo spesso le norme vengono pensate come se tutte le imprese disponessero di un ufficio legale, di un responsabile della conformità, di un servizio del personale, di specialisti amministrativi e di consulenti pronti a seguire ogni nuovo obbligo. Ma la realtà di una piccola impresa è diversa. Le stesse regole che per una grande struttura rappresentano un costo assorbibile, per un’azienda di dieci, cinque o tre collaboratori possono trasformarsi in un ostacolo concreto.
Vi è qui un paradosso che la politica deve riconoscere. Molte regolamentazioni nascono con intenzioni legittime: proteggere i lavoratori, tutelare i consumatori, garantire trasparenza, preservare l’ambiente, migliorare la sicurezza. Sono obiettivi importanti. Ma se gli strumenti scelti sono sproporzionati, complicati o poco coordinati, il risultato può essere opposto a quello desiderato. Si finisce per favorire chi ha già dimensioni e mezzi per gestire la complessità, penalizzando invece le imprese locali, familiari e artigianali che costituiscono il cuore dell’economia svizzera.
La risposta non può essere quella di abolire ogni regola. Sarebbe una caricatura del pensiero liberale. Un’economia forte ha bisogno di regole affidabili, di concorrenza leale e di uno Stato capace di intervenire dove vi sono abusi. Ma proprio perché le regole sono necessarie, devono essere migliori: più semplici, più comprensibili, più stabili, più coordinate tra Confederazione, Cantoni e Comuni. La qualità della regolamentazione è una condizione quadro tanto importante quanto la fiscalità, le infrastrutture o la formazione.
Per questo dovremmo introdurre in modo più sistematico un vero “test PMI” prima di adottare nuovi obblighi. Ogni nuova norma dovrebbe rispondere ad alcune domande semplici: quanto tempo richiederà a una piccola impresa? Quanti costi amministrativi genererà? È davvero necessaria? Può essere applicata in modo digitale e semplice? Sostituisce una vecchia procedura o si aggiunge soltanto a quelle esistenti? È proporzionata all’obiettivo? Queste domande non sono ostilità verso lo Stato. Sono buon senso istituzionale.
Anche la digitalizzazione può aiutare, ma solo se semplifica davvero. Troppo spesso si pensa che spostare un formulario dalla carta a una piattaforma online significhi automaticamente ridurre la burocrazia. Non è così. Se la procedura resta complicata, se i dati devono essere inseriti più volte, se ogni ufficio chiede le stesse informazioni in formati diversi, la digitalizzazione diventa solo burocrazia con una password. La vera modernizzazione amministrativa consiste nel chiedere meno, coordinare meglio e rendere i processi più rapidi.
Meno burocrazia significa anche più fiducia. E la fiducia non è ingenuità. È una scelta politica ed economica. Significa partire dal presupposto che la grande maggioranza degli imprenditori vuole lavorare correttamente, formare giovani, pagare salari, servire clienti, investire e contribuire alla prosperità del Paese. Chi sbaglia o abusa deve essere controllato e sanzionato. Ma non possiamo costruire l’intero sistema come se l’eccezione fosse la regola.
La Svizzera ha bisogno di una politica economica che torni a guardare la realtà dal basso. Non dai dossier, ma dalle aziende. Non solo dalle statistiche, ma dalle giornate concrete di chi apre la porta al mattino, organizza il lavoro, risponde ai clienti, cerca personale, forma apprendisti e paga le fatture. È lì che nasce la prosperità. Non nei comunicati, non nei piani strategici, non nei regolamenti sempre più dettagliati.
Le PMI non chiedono privilegi. Chiedono regole comprensibili, proporzionate e stabili. Chiedono che lo Stato faccia bene il suo mestiere, senza pretendere di fare anche il loro. Chiedono una politica che non complichi ciò che già oggi è difficile: assumere, investire, innovare, trasmettere un’azienda alla prossima generazione.
Se vogliamo che la Svizzera resti un Paese di imprenditori, artigiani e aziende familiari, dobbiamo difendere lo spazio della responsabilità. La prosperità non nasce dal controllo permanente, ma dalla libertà di creare valore. Meno burocrazia non significa meno serietà. Significa più tempo per lavorare, più energia per innovare, più fiducia in chi ogni giorno tiene in piedi l’economia reale del nostro Paese.
*Consigliere nazionale (PLR/TI)
alex.farinelli@parl.ch
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